C’è ancora qualcuno che si ostina come un mulo a vedere la fotografia come una mera riproduzione meccanica della realtà. Nei forum ogni tanto se ne incontrano. Lasciamoli fare, sono irrecuperabili o in malafede.
Il fotografo ha infinite possibilità di esprimere la realtà che ha davanti attraverso un altrettanto infinito universo di scelte.
Angolazione:
in una angolazione “a livello”, il fotografo si pone con la fotocamera allo stesso livello del soggetto. La percezione di chi osserva la foto è quella di entrare nel suo mondo e di condividerlo. Si pone, insomma, allo stesso livello di chi è fotografato.
Nella ripresa dall’alto, egli domina il soggetto, che viene schiacciato e posto in condizioni di “inferiorità”. Da un punto di vista psicologico, chi osserva l’immagine si sente “al di sopra” anche se lo schermo di proiezione è più in alto dei suoi occhi. Ma tant’è: il vero occhio di una immagine non è quello di colui che la guarda, ma l’obiettivo che l’ha ripresa.
Nella ripresa dal basso, al contrario, il soggetto ci sovrasta. Egli acquista importanza, dignità. Siamo noi ora a sentirci sovrastati, più piccoli e (ma dipende da altri elementi) finanche minacciati.
Prospettiva:
con un normale raccontiamo la scena così come la percepiamo “normalmente”.
Con un grandangolo, amplifichiamo gli spazi più di quanto non ci appaiano nella realtà. Inganniamo lo spettatore? No, se vogliamo rendere la sensazione che la scena reale ci procura.
Con un tele invece schiacciamo i piani, li avviciniamo. Possiamo far sembrare una piazza molto più “affollata” di quanto non sia. Se vogliamo esagerare la congestione del traffico cittadino, usiamo un tele.
Diaframma:
con il controllo della profondità di campo, possiamo rendere nitido il soggetto e far convergere su di lui l’attenzione mettendo fuori fuoco tutto il resto. Oppure, adottando un diaframma chiuso, inserire anche l’ambiente, laddove questo contribuisca a descrivere meglio il personaggio ripreso.
Illuminazione:
con l’illuminazione abbiamo poi infinite possibilità: con una luce radente facciamo emergere la texture di un oggetto o le rughe di un vecchio marinaio.
Con una luce soffusa ammorbidiamo i contrasti e rendiamo meglio la dolcezza di un viso femminile o di un bambino. Con una luce frontale possiamo esaltare il cromatismo di una facciata. Con una illuminazione laterale raccontiamo meglio il volume delle cose.
Con un controluce possiamo semplificare un soggetto, possiamo incendiare i capelli di una giovane o il fogliame di un albero, oppure accentuare la profondità attraverso le ombre che dal soggetto si allungano verso di noi.
Composizione:
Attraverso la composizione ed il punto di vista, il taglio e l’inquadratura, possiamo disporre i vari elementi nella scena in modo armonico, togliendo ciò che è inutile o ridondante, creando una gerarchia che conduca lo sguardo sul focus, sul protagonista dell’immagine e mantenendo lo sguardo all’interno del quadro.
Toni:
Attraverso la resa dei toni possiamo rendere una atmosfera cupa, drammatica o gioiosa. Eliminando i mezzi toni possiamo raggiungere effetti grafici.
Colore:
Attraverso il colore, ci si apre un altro mondo infinito. Possiamo realizzare immagini monocromatiche dove tutto si gioca sule sfumature di una stessa tinta, o far risaltare il soggetto perché presente attraverso un colore contrastante col resto. Possiamo usare delicate tinte pastello o colori intensi e saturi.
Bianconero:
La forza del bianconero è nella sua astrattezza, nella sua capacità di sintesi. Col bianconero ciò che conta è la luce, i passaggi tonali, le sfumature, i contrasti. Mentre spesso il colore è come una divisa che attribuisce importanza a chi magari non l’ha, una foto in bianconero è nuda. Se c’è contenuto o non c’è, si vede senza mezzi termini. E’ anche per questo che le foto di reportage sono spesso in bianconero e sono più efficaci di quelle a colori.
Filtri:
Attraverso i filtri (da usare in maniera intelligente e discreta), possiamo rendere l’immagine in mille maniere diverse.
Altro:
Una immagine sfuocata può essere voluta ed evocare stupende e misteriose atomosfere, così come la scelta del tempo di posa può rendere una cascata come una nitida scultura di cristallo o come una fumosa ed indistinta massa in movimento.
Postproduzione:
Senza parlare poi degli interventi in postproduzione, analogici o digitali che siano, non per alterare, ma per rendere l’immagine più simile a ciò che si è visto ed a ciò che si intende esprimere.
Infatti, la fotografia vede “a modo suo” il mondo ed in maniera diversa da come lo vede il nostro occhio ed il nostro cervello. Dire che l’immagine tecnica, proprio perché prodotta da una macchina, è una immagine “oggettiva”, cela una profonda ingenuità ed una superficiale conoscenza del sistema fotografico.
Su questo argomento si potrebbero riempire intere risme di carta, ma non ne abbiamo il tempo.

Osserviamo questa immagine di Robert Doisneau intitolata "malizia". Il significato della foto è ben diverso dal significato delle cose fotografate: davanti all'obiettivo del grande fotografo, c'era un giardino abbellito da molte statue. Doisneau ne ha poste due in relazione fra loro attraverso la composizione ed il punto di vista, costruendo un significato che nella realtà non esiste.


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Sono laureato in biologia ed ho una specializzazione in analisi chimico cliniche. Maggiore dell'esercito e paracadutista. Sono un maestro della FISO (Federazione Italiana Sport Orientamento) ed ho scritto dei libri. Insegno orienteering presso la facoltà di scienze Motorie della Facoltà dell'Aquila per un paio di mesi all'anno.
Magdalena Gmur
Un mio pensiero ad alta voece.
Io aggiungerei un altra De-formazione,
quella della nostra mente,
quella che ci fa scegliere di usare o no le altre.
Voglio dire che secondo me è la “variabile” fondamentale della fotografia, la cosa che ci differenzia e che ci permette di portare ognuno il nostro contributo personale e unico. La foto di Doisneau è emblematica, li il concetto di relazione fra due soggetti bisognava cercarlo, trovarlo vederlo. Ecco la differenza, poi il b/n fa il resto. Le altre variabili/possibilità sono di supporto all’effetto, al marcare. Proviamo ad immaginare di togliere il senso di “malizia” cosa ne rimarrebbe?
Grazie Enrico
Sono fondamentalmente daccordo con tutta la linea dell’articolo (e come non esserlo?). Aggiungo però una cosa in più: parte del significato della foto, parte della de-formazione cioè è nella mente dell’osservatore, più che del fotografo. Ovviamente le due parti possono coincidere e la comunicazione è completa; oppure non coincidere e la comunicazione è parziale, senza dare a quest’ultima parola un valore limitante. Parziale significa che io osservatore aggiungo altre cose nella foto che fanno parte del mio bagaglio e possono non essere assolutamente originate direttamente dall’autore dell’opera. Non sono uno specialista e non so usare termini tecnici relativi ma suppongo che grandi dibattiti in merito alla fruizione delle opere d’arte si sono consumati su questo preciso tema.
Il fotografo ha il potere di creare una realtà a due dimensioni e fissarla. Quell’immagine ha lo stesso valore di intere vite, a volte. Altre si limita ad essere una goccia che si mescola ad una pozzanghera. Ma il potere rimane immenso. In entrambe le direzioni.
Ciao Pierangelo, ciao Antonio,
grazie per i vostri interventi e le vostre considerazioni, assolutamente pertinenti.
De-formazione non ha infatti un significato negativo e per questo ho messo il trattino. De-formazione nel senso di cambiamento di forma. L’immagine è una cosa ben diversa dall’oggetto che l’ha prodotta (il “Ceci n’est pas une pipe” di Magritte).
Ogni scelta tecnica comporta una “forma” diversa dell’immagine. Siamo quindi noi che la modelliamo, seguendo la nostra mente come afferma Pierangelo.
Anche ciò che dice Antonio è cruciale. La comunicazione passa se l’emittente ha saputo usare bene il “segno” fotografico per esprimere ciò che voleva esprimere, se cioè ha saputo “scrivere” e se il ricevente ha le conoscenze e la cultura necessarie per “leggerlo”. Di qui la necessità di una buona conoscenza del linguaggio fotografico e non solo. E’ anche vero che spesso il ricevente ci legge delle cose che sono nella sua mente e che la foto fa scattare, cose magari lontane dalle intenzioni dell’autore, e queste si chiamano “integrazioni psicologiche”, cosa di cui parleremo.
Un saluto
Enrico