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The little book of Contemplative Photography

di Antonio Trincone

Avviso per il lettore di questo articolo: alla fine della lettura potresti esclamare che questa non è una recensione  di un libro di fotografia. Di più, in fondo potresti anche convenire che questa non è affatto una recensione. Eppure il titolo affascina perché parla di fotografia contemplativa, fotografia cosciente.

È  una crociata contro il “clic-clic” del “siamo tutti giapponesi”, della fotografia digitale, oggi?  Non credo.

The Little Book Of Contemplative Photography

Howard Zehr,  della Eastern Mennonite University in Virginia,  è il padre fondatore di quella che si chiama “restorative justice”  e affascina con il suo scrivere, sia quando tratta della giustizia dalla parte dei colpevoli e delle vittime dei reati (http://emu.edu/blog/restorative-justice/), contro l’affermazione sterile di astratti principi giuridici, sia quando parla di fotografia nel suo The Little Book of Contemplative Photography che fa parte della serie, di cui è editore,  The Little Books of Justice & Peacebuilding.

In Europa il Prof. Zehr avrebbe scritto un librone sull’argomento:  un saggione di numerose pagine con tutti i riferimenti culturali propri, una lunga lista bibliografica;  insomma quello che tutti noi potremmo chiamare un bel mattone. Invece tutto il libro si risolve in meno di un centinaio di snelle pagine i cui riferimenti bibliografici non superano le poche decine,  nelle quali ogni capitolo ha un titolo che ha il sapore del “Brico”,  del fai da te.

Va subito al pratico a partire già dal primo capitolo, come il manuale di un elettrodomestico (o di una macchina fotografica): Getting Started.  E l’abito da manuale non finisce qui: alla fine di ogni capitolo infatti, con quella che io definirei un’ingenuità del tutto americana, propone una serie di esercizi e una lista di istruzioni su come compilare un diario dei risultati ottenuti. Ma non è derisione la mia, anzi; questo libro è un gioiellino e la cosa che mi piace di più è la proposta delle numerose Quotes for reflections.  Una semina lungo tutto il libro di piccole frasi di autori e fotografi famosi che aiutano l’allievo-lettore ad entrare meglio in sintonia con l’argomento e sono molto di aiuto a comprendere la natura didattica degli esercizi stessi.

Insomma un libro che sfiora con esemplare leggerezza temi importanti come la religione e la filosofia, ma cercando -potrei dire anche avendo ingenuamente l’illusione- di insegnare a vedere con meraviglia ed umiltà. Insegnare a vedere non è facile, imparare a farlo si può, magari anche in autonomia, correndo però il rischio, oggi ben presente, di essere travolti da un’omologazione contenutistica che non parte da dentro ma viene da fuori. Il consiglio non è andare per siti di fotografia o guardare le foto altrui, ma scattarne di proprie ogni giorno e guardarle per una decina di minuti chiedendosi cosa si vede, cosa si sente e cosa si pensa al riguardo.

Poi bisogna “cambiare le proprie lenti”. Uno degli aspetti fondamentali di questo capitolo, che poi corre in tutto il libro,  è il concetto di fotografia come regalo che riceviamo dalla realtà che ci circonda e non come una preda che noi cacciatori in una shooting session siamo capaci di catturare dopo aver puntato la nostra arma fotografica contro la scena da ri-prendere. Gergo militaresco, aggressivo, macho, presente in tutta la fotografia di oggi a partire dalla fine del 1800 con punte di particolare rilievo negli anni 60 . Si ricorda una scena del famoso film Blow Up degli anni ’60.  Questo concetto di aggressività della fotografia, presente già nel linguaggio adottato (in inglese come in italiano), in verità caro a molti autori, serve ad insegnare quanto invece l’alternativa di ricevere una fotografia sulla propria pellicola o sul proprio sensore sia un modo di coltivare un’attitudine alla ricettività, un’apertura a quello che ci può essere dato. Si potrebbe semplicemente dire che la cosa più onesta da insegnare a uno che vuole imparare a vedere è dirgli di aprire gli occhi per ricevere le immagini.

Inoltre bisogna meravigliarsi. Ci è talmente automatico il passaggio dal vedere al giudicare che saltiamo il passaggio della meraviglia, che viene prima del giudizio e della conoscenza, che invece aiuterebbe nell’approccio utile alla fotografia contemplativa. Il mondo occidentale è intriso di questo minimizzare uno dei punti del processo della conoscenza che è rappresentato dalla meraviglia stessa. Nei linguaggi occidentali (per esempio l’inglese), nell’uso dei nomi che si adottano per le cose, in queste etichette, sono presenti elementi di giudizio, a differenza dei linguaggi delle popolazioni autoctone (nativi americani) che usano verbi più che sostantivi, che aiutano a definire un processo più che un’etichetta. La migliore definizione di meraviglia che Zehr riporta è data in una frase di David James Duncan: “meravigliarsi è il non conoscere (ancora) vissuto come piacere” (“My story as told by water: confessions, Druidic rants, reflections, bird…” ).

I tre capitoli finali prima della conclusione sono dedicati a vedere la luce dal punto di vista del fenomeno fisico, da quello del fenomeno metaforico e di come entrambi servano a costruire il significato. La fotografia come atto ricettivo non è un fenomeno passivo, noi dobbiamo scegliere cosa ricevere, mettere ordine nel caos del visto per creare componendo l’armonia insita nella bella foto che stiamo per scattare. A proposito di composizione,  è interessante l’aneddoto che l’autore racconta a proposito dello stile giapponese di comporre fiori, rivelatogli durante un workshop da un pittore. Per comporre si inizia aspettando, contemplando lo spazio vuoto, poi si elaborano i tre principali elementi dell’immagine: il paradiso. che è il significato principale della fotografia, la terra, che è il contesto su cui il primo elemento si appoggia ed un terzo elemento, l’elemento umano, che è la scintilla. In questo che viene chiamato principio dell’universo, bisogna ricordare che è il primo elemento il punto principale dell’immagine, e che con il secondo formano l’intera immagine; la scintilla, pur secondaria, aiuta: è un elemento di sorpresa.

Ma la conclusione finale nell’ottavo capitolo sembra essere quella secondo me più illuminante di tutto il libro: con rispetto ed umiltà è il titolo del capitolo stesso e non c’è migliore sintesi che le tre frasi tratte dall’autore dal libro di Steven J. Meyers intitolato On seeing nature , con le quali si apre il capitolo: “Vedere inizia con il rispetto….è ovvio che nessuno può vedere veramente qualcosa che non rispetta”. “Vedere è un processo che consiste nel sostituire la nostra arroganza con l’umiltà. Quando rispettiamo la realtà che riempie l’abisso della nostra ignoranza, iniziamo a vedere”. “Vedere inizia con il rispetto, ma la meraviglia è il carburante necessario che nutre la nostra visione”.

Per finire con le parole del prof. Zehr: l’approccio contemplativo alla fotografia è l’espressione della meraviglia basata sul rispetto e sull’umiltà.

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Antonio Trincone
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9 commenti a “The little book of Contemplative Photography”

  1. Lorena Gazzotti scrive:

    Davvero molto interessante. Ci sono concetti inusuali, che mi attraggono particolarmente e mi invitano a riflettere. La “fotografia come regalo che riceviamo dalla realtà che ci circonda e non come una preda che noi cacciatori in una shooting session siamo capaci di catturare dopo aver puntato la nostra arma fotografica”; la “meraviglia come non conoscere ancora vissuto con piacere”; il concetto del rispetto e dell’umiltà che ci permettono di “vedere”…Una recensione, questa, che mi indica un approccio diverso e molto vicino alla mia sensibilità e al mio modo di vivere la fotografia. Da approfondire. Grazie, Antonio.

  2. stefano candotti scrive:

    mi piace il sottolineare il concetto di fotocamera come strumento per cogliere ciò che ci meraviglia e non come arma da cattura.
    sembrano idee scontate sepolte da decenni di mentalità da fotoreporter del vietnam.
    mi sa che questo libro me lo compro.

  3. Massimo Tranquillo scrive:

    grazie per l’indicazione!

  4. Magdalena scrive:

    Grazie per questa proposta! La recensione fa venire voglia di leggere il libro. Sono rimasta colpita dalla frase che è stata riportata in conclusione. La trovo illuminante e molto vera.

  5. Grazie del consiglio! Appena acquistato! Non vedo l’ora di leggerlo! GRAZIE!!!

  6. Luigi Masella scrive:

    Mi rispecchio in pieno nella citazione con qui si chiude questa bella ed invitante recensione: vedere inizia con il rispetto, ma la meraviglia è il carburante necessario che nutre la nostra visione.
    Considererò seriamente la lettura di questo libro.
    Grazie.

  7. aracne scrive:

    Grazie infinite per questa spiegazione e per la visita al mio blog.
    Ho trovato l’argomento molto interessante e questo articolo mi conferma che vale la pena approfondire ulteriormente.
    Magia di internet e della comunicazione virtuale…